Il senno di poi

C’è sempre un certo giornalismo a caccia di dietrologie e di cospirazioni perché, si sa, sono cose che fanno gola a tutti e vendono sempre, non solamente tra gli allocchi dei lunacomplottisti e dei sciachimisti. La ricerca di una cospirazione dietrologica sembra, quasi, la nuova regola giornalistica che sostituisce quella del padrone che morsica il cane: se non si può buttarla in dietrologia, non val la pena di essere pubblicata.

Uno dei campi in cui questo tipo di atteggiamento diventa veramente odioso è quando lo si applica a persone che fanno il loro dovere, salvano delle vite umane e si ritirano nell’ombra senza troppo clamore per continuare a fare ciò che facevano prima. Forse qualcuno ricorda Chesley Sullenberger, il pilota che, trovatosi al comando di un A320 senza motori, è riuscito ad ammarare sul Hudson salvando la sua vita e quella di tutte le persone a bordo. Ripeto: nessun morto.

Manuale di Volo segnala un articolo del Corsera che riprende, a sua volta, un articolo del WSJ di Andy Pasztor, che spreca fiumi di parole per dimostrare che, dopotutto, il pilota sarebbe potuto anche tornare a La Guardia senza problemi, come dimostrerebbero alcune simulazioni.

Al simulatore, si sa, saremmo capaci tutti, con un minimo di spiegazione e con più tentativi a disposizione, di far atterrare un A320, probabilmente riuscirebbe anche il signor Andy Pasztor. Ma ci vuole un Chesley Sullenberger per farlo nella vita reale e riuscirci al primo tentativo, l’unico a disposizione.

Fra qualche giorno prenderò un paio di voli e sarò ben contento di sapere che in cockpit ci saranno dei professionisti come Chesley Sullenberger e non dei giornalisti come Andy Pasztor perché i primi sono addestrati per risolvere i problemi quando capitano, gli altri per scrivere basandosi sul senno di poi.

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