La lettura: Italia vs. mondo anglosassone

Ad ogni occasione possibile in Italia ci viene ricordato quanto poco leggiamo, quanto morente sia il mondo dell’editoria, quanto sarebbe bello che le cose fossero come all’estero, eccetera, eccetera, eccetera.

Tralascio in questo delirio il mondo dei quotidiani, dei periodici e del giornalismo, su cui magari tornerò in un altro post, per concentrarmi sui libri, elettronici o cartacei che siano, non è questo il punto. Inoltre, non mi rifaccio ad eventi degli ultimi tempi, perché quanto segue sono anni che si verifica.

Innanzi tutto: perché una persona legge?

Per divertirsi, per informarsi per appassionarsi, per sognare, per riflettere… Oppure per far sapere in giro a conoscenti, compagni di partito, colleghi, compagni di club di aver acquistato un libro?

Il libro non è un soprammobile da esibire o un oggetto da acquistare per apparire, ma è un mero contenitore, un medium, di una storia (nel caso di un romanzo) o di una serie di informazioni (nel caso di un saggio o un manuale). La parte importante non è l’oggetto, ma l’informazione che veicola.

Secondo punto: l’autore.

Nel mondo anglosassone l’autore è un professionista del suo settore, costantemente in contatto con il suo pubblico, verso il quale esprime senza requie una sincera riconoscenza.

Nel 2002 mi è capitato di vedere Michael Crichton presentare il suo nuovo libro, Prey, da Barnes & Noble al Rockefeller Center di Manhattan durante la pausa pranzo di un giorno feriale. Per l’evento il libro era in vendita al 30% ed era possibile farselo dedicare (non autografare, dedicare!) dall’autore. Quando è stato il nostro turno, mio e di Chiara, Crichton ci ha ringraziati per l’acquisto, ha commentato il fatto che venissimo dall’Italia e un inserviente della libreria ha scattato una foto a noi tre con la mia macchina fotografia. Questo lo faceva con ciascuna delle centinaia di persone in fila senza alcuna guardia del corpo o senza paranoie. Ve lo vedete, chennesò, Vespa in una situazione simile in una libreria di Milano o Roma?

In Italia l’autore è l’Autore, scritto con la ‘A’ maiuscola, pronunciato con la giusta gravitas per non mancargli di rispetto, che dispensa conoscenza e non si abbassa ad incontrare quei poveri pirla che lo mantengono con i loro acquisti.

E guai a chi contraddice l’Autore!!!

Che un bifolco del popolo non si permetta di contraddire l’Autore o di scrivere una recensione che non Lo soddisfi. Anzi, meglio se la recensione è una copia della velina della casa editrice. E se la recensione è negativa o insoddisfacente si alza subito il fuoco di sbarramento di amici e compagni che dileggiano il critico in quanto persona, senza curarsi di argomentare in merito alle tesi che ha proposto (cosa vuoi che ne sappia quell’ignorante?!).

In tema: i critici.

Poco tempo fa è girato un meme su una fantomatica lista di 100 libri classici compilata dalla BBC. L’ente britannico non c’entra nulla, ma c’è qualcosa in quella lista di classici che farebbe inorridire qualsiasi critico letterario o giornalista letterario o parolaio simile del nostro Paese. Se la facciamo scorrere vicino a Shakespeare, Austin, Bronte Dickens troviamo la Rowling, Orwell, Herbert, Brown, Banks. Provate a proporre una lista simile in Italia, i commenti sarebbero del tipo «Dan Brown ha scritto dei classici?» oppure «Chi sono Orwell e Herbert?» e ancora «La Rowling ha fatto un sacco di soldi con dei libracci!»

Piacerebbe anche a voi vendere come la Rowling o Dan Brown, eh rosiconi?!

Siamo al paradosso: chi si lamenta che in Italia si legge poco riesce a colpevolizzare un lettore se non acquista un libro di quelli approvati. Se legge Harry Potter è un bifolco, uno che non merita nemmeno di essere considerato un lettore. Se invece leggesse l’ultimo libro di $autore_sconosciuto_politicamente_impegnato allora sì che sarebbe giusto perché l’$autore_sconosciuto_politicamente_impegnato è un uomo libero dagli schemi, non un servo del mercato che scrive solo per fare soldi!

E La fattoria degli animali di Orwell non è un libro per bambini, spiegatelo agli inservienti delle catene di negozi di libri. Mettetelo come clausola contrattuale, stampatelo sulla busta paga, trovate una soluzione. Poi vediamo chi è l’ignorante…

Mi fermo qui, anche se avrei altro da scrivere, ma non voglio tediare oltre i miei tre lettori.

Ovviamente, mutatis mutandis, si potrebbe fare lo stesso discorso per la musica, il cinema, il teatro…

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